Ragazzi ci siamo...è arrivato il momento.
🎤 Dietro la maschera...nella live di domani sera ci sarà... 🥁... Valerio Dalla Costa!!
Spero la notizia possa entusiasmarvi.
Se aveste piacere di partecipare attivamente commentate qui sotto proponendo la domanda che vorreste fare a Valerio, la più interessante verrà scelta per lui.
Grazie ancora a tutti per la forte interazione e per il tempo che ci dedicate. 🙏
Moni_free
moni@nostr.red
npub1z8zr...5f8s
Non smetto di cercare la verità e vivo la vita con passione

La mass adoption arriva quando Bitcoin diventa invisibile
Quando si parla di adozione di massa di Bitcoin, si compie spesso un errore concettuale: si presume che tutti debbano capire Bitcoin per usarlo.
In realtà, nessuna tecnologia ha raggiunto la diffusione globale grazie alla comprensione tecnica degli utenti.
Nessuno conosce il funzionamento del POS, delle carte di pagamento o dei protocolli che regolano internet. Eppure, li usiamo ogni giorno.
La complessità interna non ha mai fermato l’innovazione: ciò che blocca è solo la percezione della complessità.
Secondo i modelli di diffusione delle innovazioni, l’adozione di massa arriva quando una tecnologia diventa compatibile con le abitudini, richiede poco sforzo cognitivo e si integra nelle infrastrutture esistenti.
Bitcoin non farà eccezione.
L’adozione non arriverà quando tutti lo comprenderanno, ma quando non sarà più necessario farlo.
Tutte le tecnologie diventano mainstream quando smettono di chiedere attenzione.
La fotocamera era uno strumento di nicchia; integrata nello smartphone è diventata universale. L’utente non ha imparato fotografia: ha semplicemente usato un’interfaccia familiare.
Per Bitcoin il percorso sarà simile.
La rete distribuita continuerà a funzionare come infrastruttura energetico-digitale, ma l’utente finale interagirà solo con strumenti semplici: app sicure, wallet intuitivi, funzionalità integrate nei servizi che già utilizza.
Quando un bene sociale diventa invisibile, diventa veramente accessibile.
L’adozione reale arriva quando l’esperienza è immediata, non quando aumenta la conoscenza tecnica.
L’integrazione invisibile produce un impatto sociale rilevante: permette di usare un bene sociale che garantisce autonomia economica, privacy e resilienza senza richiedere competenze specialistiche.
Per le famiglie, questo significa poter ricevere, conservare o inviare valore con un semplice gesto.
Per le imprese, significa ridurre costi di transazione, accedere a nuovi clienti e operare con meno vincoli.
Confondere l’uso con la comprensione tecnica è un errore di prospettiva.
La maggior parte delle infrastrutture che sorreggono l’economia moderna è opaca agli utenti: ciò non ne limita la potenza, anzi ne favorisce l’adozione.
L’adozione di massa di Bitcoin arriverà quando Bitcoin sarà percepito come una normalità digitale integrata nella vita quotidiana.
@Jacopo Graziuso


Il 95% dell'intera offerta di #Bitcoin è stato ora estratto.


Chissà a dicembre😅


Ci vediamo su:
@BitcoinPodcastTelegram
Mercoledi 19 Novembre
Ore 21.00
in compagnia di...
non possiamo ancora dirvelo...lo scopriremo insieme mercoledì mattina nel post con gli ultimi dettagli.


La scarsità come bene sociale.
La scarsità genera conflitti.
È ciò che ci insegnano le guerre, le crisi e la storia economica.
Ma c’è una forma di scarsità che fa l’opposto: riduce i conflitti.
Si chiama Bitcoin.
Ogni sistema vitale funziona grazie a limiti.
L’energia è finita, il tempo è irreversibile, l’attenzione è limitata.
Senza scarsità, non esiste valore, e senza valore non esiste scelta.
L’economia nasce proprio da qui: dall’arte di allocare ciò che è raro.
Bitcoin non ha inventato la scarsità, l’ha semplicemente resa misurabile, condivisa e verificabile.
La formula dei 21 milioni non è solo un limite tecnico.
È un patto di equità: nessuno può violarlo, nemmeno chi lo ha scritto.
Non servono decreti, fiducia o mediatori: solo energia e tempo.
In questo senso, Bitcoin è una convenzione sociale basata sulla fisica, non sulla politica.
Funziona finché esiste connessione, elettricità e volontà di cooperare.
È la prima infrastruttura economica che non discrimina in base al reddito, al passaporto o al consenso.
Quando l’emissione è fissa, ogni unità diventa una porzione di tempo condiviso.
Ogni individuo, ovunque nel mondo, ha le stesse regole e le stesse possibilità di partecipazione.
Non esistono “monete forti” e “monete deboli”: esiste solo il tempo di ciascuno, convertito in valore verificabile.
Questa è l’essenza del bene sociale:
non un oggetto, ma una condizione di uguaglianza.
Bitcoin è spesso accusato di “consumare energia”.
Ma l’energia non è spreco se genera ordine.
Ogni joule impiegato per la sicurezza della rete evita costi di corruzione, inflazione o censura.
Nel lungo periodo, questo incentiva l’efficienza energetica, perché solo chi produce energia pulita e stabile può competere.
Così, ciò che sembra “consumo” diventa selezione naturale della sostenibilità.
In un mondo dove tutto cambia, la prevedibilità diventa un bene raro.
Sapere che domani le regole saranno le stesse significa poter costruire.
Bitcoin non promette salvezza, ma coerenza nel tempo, e questa coerenza è una forma di libertà.
Chiunque può verificarla, nessuno può alterarla.
È un esperimento economico e morale:
trasformare la fiducia cieca in fiducia verificabile.
Bitcoin non è solo tecnologia, finanza o speculazione.
È un esperimento di civiltà fondato su un principio: l’ordine nasce dal limite, non dal potere.
La scarsità programmata non impoverisce, ma educa.
Restituisce al tempo umano il suo peso naturale: quello della responsabilità.
La libertà non è assenza di regole, è conoscenza dei propri limiti.
@Jacopo Graziuso


@npub1yw2g...r49e sempre dalla parte giusta!💯
Il giusto valore di quel pezzo di carta colorato 💶🇪🇺


Meglio tardi che mai...
Auguri @Giacomo Zucco


@Jacopo Graziuso 💯
Bitcoin come bene sociale: la libertà di capire.
Abbiamo parlato di inflazione, credito, fiducia, deflazione.
Ora la domanda non è economica, ma umana: che cosa c’entra tutto questo con la libertà?
Bitcoin non è un mito: è una lente.
Mostra come nasce il denaro, chi lo riceve per primo, e come la fiducia viene distribuita.
Non è una fuga dal sistema, ma un modo per capirlo e correggerlo.
È l’infrastruttura che restituisce a chiunque il diritto di agire economicamente, anche quando il sistema tradizionale si ferma.
Bitcoin è un bene sociale perché offre le stesse possibilità a tutti: un conto bancario a chi è unbanked, una posizione fiscale verificabile, accesso a energia, acqua, conoscenza, scambio.
È fondato sull’energia, ciò che alimenta vita, libertà e progresso, e per questo riduce sprechi e ottimizza l’uso delle risorse globali.
Non promette uguaglianza dei risultati, ma uguaglianza delle regole.
E trasforma la responsabilità in scelta consapevole.
Bitcoin non divide in credenti e scettici.
Divide tra chi comprende e chi delega.
Chi conosce il sistema non si fa comprare dalla paura.
Qui nasce la vera libertà: nella competenza economica diffusa, che restituisce dignità e autonomia all’individuo.
Ogni società si regge sulla fiducia.
Quando è concentrata, si spegne.
Bitcoin la distribuisce nel tempo, nello spazio e tra le persone.
Ma senza educazione, la libertà si trasforma in rischio.
Capire è la prima forma di sicurezza.
Il prezzo cambia. Le regole, no.
Bitcoin non è un rifugio, è un invito: a comprendere, scegliere, partecipare.
Non è valuta, è cryptoasset: un bene distribuito che unisce energia, tecnologia e libertà.
Bitcoin è libertà perché funziona quando tutto il resto si ferma.
Durante crisi, guerre o carestie, non smette di operare.
Disincentiva i conflitti, perché redistribuisce potere e fiducia.
Dà voce a chi non ne ha.
La paura si cura con la libera conoscenza. Sempre.
E ogni conoscenza condivisa diventa bene sociale.
Bitcoin ne è un esempio.
Study Bitcoin.
Negli ultimi giorni, la Cina ha lanciato un duro attacco contro le stablecoin, definendole una minaccia alla stabilità finanziaria globale e alla sovranità monetaria di economie più piccole rispetto alla stessa Cina o agli Stati Uniti. Il governatore della banca centrale cinese (PBoC), Pan Gongsheng, ha dichiarato che le stablecoin alimentano la speculazione, sfuggono ai controlli antiriciclaggio e possono facilitare flussi finanziari illeciti. Pechino ha ribadito la tolleranza zero verso le valute digitali private - vietate in Cina già dal 2017 - mentre promuove la propria CBDC (lo yuan digitale, e-CNY) come alternativa sicura sotto il controllo statale. Questo approccio rientra perfettamente nell’incubo orwelliano di un sistema finanziario totalmente tracciato e centralizzato dal governo cinese.
L’Ue sulla stessa traiettoria
L’Unione Europea dovrebbe tenersi lontana dalle politiche repressive cinesi, ma le analogie sono inquietanti. Bruxelles, pur con metodi più soft e graduali, sta di fatto seguendo la scia di Pechino: da un lato sta preparando l’euro digitale e dall’altro sta imponendo norme stringenti che disincentivano l’uso delle stablecoin private. Le motivazioni ufficiali riecheggiano quelle cinesi, seppur espresse in linguaggio tecnocratico: la BCE e la Commissione Europea citano la necessità di “preservare la sovranità monetaria” e la “stabilità finanziaria”, minacciate dall’ascesa di mezzi di pagamento digitali privati come le stablecoin ancorate a valute estere. Un recente documento ufficiale di Francoforte lo afferma chiaramente: l’euro digitale servirebbe a limitare la diffusione di stablecoin domestiche e straniere, la cui crescita sarebbe “altamente dirompente” per il sistema bancario e la trasmissione del credito.
Un alto funzionario BCE ha avvertito che la proliferazione di stablecoin in dollari potrebbe causare proprio una fuga di depositi in favore del sistema finanziario USA, minando il controllo dell’Europa sulla propria moneta. Insomma, la stessa minaccia paventata da Pan Gongsheng in Cina riecheggia nei corridoi di Francoforte e Bruxelles: i privati, siano essi Big Tech americane o emittenti di stablecoin, non devono spodestare la moneta statale.
Euro digitale e MiCA
In parallelo all’euro digitale, com’è noto, l’UE ha alzato un muro regolamentare nei confronti delle stablecoin attraverso il regolamento MiCA (Markets in Crypto-Assets). Pur senza vietarle esplicitamente, MiCA impone condizioni talmente onerose da scoraggiarne di fatto l’emissione e la diffusione su larga scala.
Uno dei requisiti più controversi riguarda le riserve obbligatorie a copertura delle stablecoin. MiCA richiede che gli emittenti di stablecoin mantengano riserve in asset altamente liquidi (contanti o depositi bancari a breve termine) pari al 100% del valore emesso, con vincoli di composizione molto rigidi. In particolare, almeno il 30% delle riserve deve essere depositato presso banche, percentuale che sale al 60% per le stablecoin “significative”.
Ciò significa che un grande emittente come Tether, per operare legalmente in UE, dovrebbe tenere la maggior parte delle sue riserve in depositi bancari europei assicurati. Questa regola – pensata per garantire liquidità e proteggere gli utenti – ha però effetti collaterali pericolosi: lega strettamente le stablecoin al fragile sistema bancario. In caso di crisi o dissesti bancari, le riserve delle stablecoin rischiano di evaporare oltre le soglie coperte da garanzia statale, innescando potenziali corse agli sportelli. Inoltre, obbligare a depositi cash (che fruttano tassi esigui) limita i rendimenti che gli emittenti potrebbero ottenere investendo in titoli a breve termine più sicuri (come i Treasury USA), mettendo a rischio la sostenibilità del modello di business delle stablecoin.
Secondo Paolo Ardoino, Ceo di Tether, costringere gli operatori a depositare il 60% delle riserve in banche UE potrebbe addirittura destabilizzare queste ultime (“le banche della regione potrebbero fallire nei prossimi anni grazie a questo requisito” ha avvertito. Tether ha infatti scelto di non richiedere la licenza MiCA per USDT, rinunciando di fatto al mercato europeo, proprio perché giudica insostenibili tali obblighi regolamentari.
Parallelamente, la BCE spinge sull’euro digitale anche con argomenti meno tecnici e più ideologici: garantire che la moneta resti un “bene pubblico” nell’era digitale, anziché lasciare spazio a soluzioni private. Nei fatti, l’approccio UE si traduce in un forte disincentivo verso l’uso di strumenti privati.
Lo yuan digitale è esplicitamente concepito anche come mezzo di controllo sociale. L’Europa, se pubblicamente vuole apparire più democratica e liberale, nei fatti sta adottando lo stesso approccio. Ardoino non ha usato mezzi termini nel definire l’euro digitale: “Un modo per controllare le persone e come spendono i propri soldi”.
Vi parlo da bitcoiner, cari lettori. Vi parlo, di conseguenza, da un approccio profondamente libertario. Pur considerando evidentemente qualunque stablecoin una shitcoin senza se e senza ma, va riconosciuto che si tratta di beni emergenti dal mercato privato e che, di conseguenza, non andrebbero banditi da un monopolista pubblico. Criticati, anche aspramente, certo, ma non banditi a prescindere, altrimenti non saremmo diversi da un qualsiasi collettivista autoritario.
Schiacciare le stablecoin sotto il peso di regolamentazioni draconiane mentre si spiana la strada a una CBDC, significa abbracciare una visione orwelliana in cui lo Stato (o la sovrastruttura europea) conosce e controlla ogni transazione. È lo stesso incubo che si realizza in Cina, solo avvolto in una confezione apparentemente più liberale e ritardato di qualche anno.
Un articolo interessante di bitcoin train di @Federico Rivi

