Linda Maggiori: la ricerca italiana al servizio delle industrie di sterminio israeliane
Economia internazionale – Oakland – Ibrahim Othman
La giornalista e attivista italiana Linda Maggiori ha rivelato, in un’intervista ad al-Araby al-Jadeed, i dettagli di una collaborazione di ricerca italo-israeliana che finirebbe per servire le industrie di sterminio dell’occupazione. Ha indicato l’accordo di cooperazione tra la sede del Consiglio Nazionale delle Ricerche nel comune di Faenza (ISSMC) e istituzioni israeliane nel campo di tecnologie avanzate con applicazioni militari.
Maggiori aveva confermato, in un’inchiesta pubblicata sulla rivista italiana Altreconomia, che la collaborazione riguarda un progetto sulla ceramica trasparente destinata all’uso nei sistemi d’arma terrestri. Il progetto, avviato nel marzo 2024, è stato rinnovato nel 2025 per altri tre anni, configurandosi come un investimento congiunto in una tecnologia ad alto valore di mercato nel settore dell’industria della difesa, secondo l’attivista italiana.
Segue il testo dell’intervista:
– Cosa ti ha spinto a indagare su questa collaborazione?
L’inizio è stato personale, una domanda di mio figlio, ma presto la questione è diventata un tema pubblico riguardante l’uso delle risorse di ricerca pubbliche. Quando ho scoperto il progetto “T-SC Transparent Spinel Ceramic”, ho capito che non si trattava soltanto di una collaborazione scientifica, ma di un investimento congiunto in una tecnologia di alto valore nel settore della difesa. Il progetto non rientra in programmi accademici tradizionali, bensì in un accordo diretto tra i ministeri della Difesa, che implica finanziamenti pubblici destinati allo sviluppo di materiali inseriti in catene produttive militari redditizie.
– Cosa ti ha sorpresa economicamente in questa scoperta?
La novità non è solo la natura militare, ma il meccanismo di finanziamento e il quadro contrattuale. La cooperazione avviene tramite un memorandum della Difesa firmato nel 2005, che crea canali stabili per il trasferimento tecnologico e lo scambio di conoscenze. Questo tipo di accordi crea un mercato garantito per l’industria della difesa: lo Stato sostiene i costi di ricerca e sviluppo, mentre le aziende beneficiano poi dei brevetti e delle applicazioni industriali. In altre parole, il denaro pubblico viene usato per ridurre i rischi d’investimento in un settore militare altamente redditizio.
– Come ti sei assicurata che il progetto fosse ancora in corso?
Attraverso richieste di accesso ai documenti. Le risposte ufficiali e le decisioni emesse nel 2024 e nel 2025 hanno mostrato che la cooperazione continua all’interno dei programmi di “ricerca, sviluppo, test e valutazione”. Questi termini non sono solo tecnici; indicano le fasi preliminari di prodotti destinati al mercato della difesa. La prosecuzione del progetto significa la prosecuzione del flusso di finanziamento pubblico, anche di fronte all’annuncio della sospensione di nuove licenze di esportazione di armi.
– A tuo avviso, si tratta di un caso isolato?
Non credo. Esiste un modello strutturale che collega la ricerca pubblica all’industria della difesa, sia attraverso programmi europei sia tramite accordi bilaterali. La differenza qui è che il progetto è apertamente militare. Dal punto di vista economico, ciò riflette una tendenza a trasformare la conoscenza scientifica in asset strategici che rafforzano la competitività dell’industria della difesa sia italiana che israeliana.
– Qual è l’importanza economica della ceramica trasparente?
Materiali come la ceramica trasparente sono componenti fondamentali nei sistemi di visione e protezione termica. Sviluppare un metodo di produzione meno costoso significa ottenere un vantaggio competitivo in un mercato globale valutato in miliardi di euro. Ridurre i costi di produzione amplia il raggio d’uso e aumenta la domanda, sia nei veicoli blindati sia nei sistemi aeronautici o missilistici. Il progetto non riguarda solo la ricerca scientifica, ma è legato a un mercato militare mondiale in espansione.
– Qual è il significato economico del lancio del progetto nel 2024?
In periodi di conflitto, i bilanci della difesa crescono a livello globale. Avviare o rinnovare un progetto di questo tipo nel 2024 e 2025 significa puntare su un aumento della domanda militare. L’economia di guerra crea forti incentivi agli investimenti, poiché le innovazioni tecnologiche diventano parte di una corsa internazionale agli armamenti. Questo aumenta i profitti dell’industria della difesa, ma solleva interrogativi sulle priorità della spesa pubblica.
– Come spieghi la continuità della cooperazione nonostante la sospensione delle esportazioni?
In Italia abbiamo una legge molto importante, la legge 185 del 1990, che vieta l’esportazione e il transito di armi verso Paesi in guerra, che commettono crimini internazionali o violano il diritto internazionale. È vero che il governo italiano ha sospeso il rilascio di nuove licenze di esportazione di armi verso Israele, ma ha continuato a consentire il transito di armamenti. Inoltre, progettare armi più efficienti e letali rappresenta una nuova violazione dei nostri principi costituzionali e delle nostre leggi.
Per quanto riguarda i progetti di ricerca della sede del CNR di Faenza, sono stati rinnovati nel marzo 2024 e nel marzo 2025, nel pieno dei massacri di Gaza e dopo che la Corte Internazionale di Giustizia aveva indicato il rischio di un genocidio. Di conseguenza, non si sarebbe dovuto in alcun modo aiutare militarmente Israele. Questo progetto è una nuova prova della complicità del governo italiano nel genocidio di Gaza.
– Qual è la responsabilità del Consiglio Nazionale delle Ricerche?
In quanto ente pubblico, gestisce fondi pubblici e definisce priorità di ricerca che influenzano l’economia nazionale. Destinare risorse a progetti militari significa scegliere un modello di sviluppo che collega la ricerca scientifica al mercato della difesa invece che ai settori civili. La questione non è solo giuridica, ma economica: è davvero questa la migliore modalità di investimento delle conoscenze e delle risorse pubbliche?
– Qual è l’essenza del problema rivelato dall’inchiesta?
Il problema consiste nell’intreccio profondo tra politica ed economia. La ricerca scientifica non è più un’attività neutra, ma parte di un sistema industriale della difesa che attraversa le frontiere. In questo caso, la gravità aumenta perché la cooperazione avviene con uno Stato accusato di crimini gravi contro l’umanità. La collaborazione nella ricerca rafforza i profitti delle aziende produttrici di armi e reindirizza i finanziamenti pubblici verso un’economia militare.